Quando circa un anno fa Maria Teresa Tartaglia, ortottista del Centro Regionale di Ipovisione dell’ Unità Operativa oculistica dell’Ospedale Bufalini di Cesena, alla quale sono legata da un comune percorso di educazione visiva, mi ha sottoposto il progetto che era scaturito dal gruppo di sostegno mensile, ho pensato che fosse giusto mettere a disposizione la mia esperienza professionale per realizzarlo.

 

La prima volta che ho incontrato i partecipanti al gruppo di sostegno era come se l’anima del progetto “io ti vedo così” fosse già presente, e ne fosse già stato tracciato un auspicabile destino. A me si chiedeva di darle un corpo visibile.

La volontà del gruppo era di manifestare la qualità del loro vedere. Volevano farlo attraverso sagome umane di dimensioni naturali.  Volevano dimostrare  quanto fosse ingiusto e inutile il loro ritrovarsi spesso circondati da una freddezza silenziosa e immobile nella quale loro ipovedenti, che non ci vedono ma ci sentono molto bene, colgono netta e chiara, tra i bisbiglii di chi imbarazzato e diffidente lì osserva muoversi con dimestichezza nei luoghi abituali, l’accusa di essere falsi invalidi.

In un mondo fatto soprattutto per essere visto, irto di barriere architettoniche e segnaletiche, in cui l’uso degli occhi è prepotentemente indispensabile, hanno voluto mostrare il mondo degli ipovedenti agli altri, con l’unico strumento per loro stessi inaccessibile: l’immagine.

 

E così mi sono fatta interprete delle loro visioni, registrando le descrizioni di come e cosa avessero visto durante le riprese fotografiche scattate per creare le sagome, soffermandomi anche ad indagare sulla loro quotidianità. Ho raccolto e documentato le  testimonianze  per trasformare le fotografie che li ritraevano mentre sorridenti si prestavano come modelli. Ho modificato, distorto, sfocato e contrastato per rendere le descrizioni in immagini corrispondenti al loro vedere.  Osservando queste fotografie un normovedente può forse capire e immedesimarsi dietro gli occhi di un ipovedente, mentre cammina in una via del centro storico di una città.

 

Non mi è dato di esser certa di aver tradotto esattamente le loro visioni, ma credo di esserci andata molto vicina. La speranza di tutti noi che abbiamo lavorato a questo progetto è di aver lanciato un sasso, di aver fatto un passo in un percorso che proceda verso l’integrazione, verso un mondo fruibile senza complicazioni anche con meno di cinque sensi. Verso la creazione di strutture di sostegno e di riabilitazione come il Centro Regionale di Ipovisione.  Un mondo in cui chi si ammala non divenga una pedina da sfruttare per logiche economiche, ma sia un’opportunità per comprendere la complessità e la meraviglia dell’essere umano.

 

Nel biglietto unito ai fiori che mi sono stati regalati in occasione dell’inaugurazione della mostra nel Tunnel del Bufalini c’è scritto: grazie da tutti noi per averci prestato i tuoi occhi. Io ringrazio tutti loro per avermi riconfermato, ancora una volta, che il cuore vede di più.

 

Beatrice Pavasini

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